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Quando passa la febbre

Se c’è una cosa che ho imparato sul Natale è che non bisogna mai dire: “Questo è stato il peggiore della mia vita”. Il motivo è che quello successivo…potrebbe essere peggio!
Quest’anno febbre a 39 in quella Santa Notte. E allora? E allora vuoi mettere quando il termometro, dopo qualche giorno, smette di salire verso le cinque del pomeriggio? Vuoi mettere che non ti senti più come se una squadra di scalpellini ti avesse fracassato, con certosina attenzione, tutte le ossa? Vuoi mettere quando la mattina puoi uscire di casa e sentire che anche le ciarle sul calcio del bar sotto casa, quelle che in genere non sopporti, mentre prendi il solito caffé bruciacchiato di quella barman che è tanto caruccia, sì, ma il caffé… proprio non è arte sua, ti rendono comunque felice?

Lo so, lo so: Leopardi diceva che la felicità è la sfuggente sensazione di sollievo che si prova alla fine di una sofferenza. E mi ricorda tanto la barzelletta di quello che portava tutto il giorno scarpe di una misura più piccola per assaporare la felicità la sera, quando finalmente se le toglieva.

Però, dopo che Babbo Natale ti ha portato in dono il ricordo di quanto sei fortunato a vivere…beh: vale la pena di festeggiare. E non solo il giorno di Natale!

Nino Manfredi che canta la canzone di Pinocchio

È tutta la vita che questa melodia mi accompagna.
Il nostro destino, a volte, è scritto in una canzone, in un’immagine, in una storia che ci hanno raccontato, molto prima che ne immaginassimo l’importanza, il valore simbolico.
Ma il Pinocchio di Comencini è qualcosa di più.
È la metafora di un’Italia miserabile, ma non disperata; un manuale del buon senso che non scivola mai nella banalità e nel conformismo pedagogico. È tenera magia, poesia pura, cantata con parole asciutte, essenziali.
La colonna sonora è firmata da Lorenzo Carpi e, nell’ultima puntata, la voce di Nino Manfredi svelò le parole che il tema principale accompagnava. Un testo struggente, delicato e tragico insieme, tessuto di solitudine e di flautata meraviglia. Parole semplici ed eterne per una storia senza tempo, come devono essere tutte le fiabe.
In questo filmato gli ultimi minuti dello sceneggiato televisivo e la canzone.

Un campo di girasoli

Difficile spiegare cosa porti gioia, nel guardare un campo di girasoli. Il colore raggiante, certo, la florida luminosità. Ma anche la loro unanimità, l’essere tanti e uno solo, come un corpo di ballo che si muove all’unisono.

 Attraversando qualunque terra d’Italia, capita, prima o poi, nel cuore dell’estate, di imbattersi nell’acuta meraviglia di un’oasi splendente in mezzo ai panorami del fieno rasato, del tabacco ormai spoglio delle foglie o del mais, già arido nel solleone.

I girasoli, invece, sfidano la canicola e riempiono di colore lo sguardo, al punto che, sorpassandoli mentre si corre sull’autostrada, non si può fare a meno di seguirli con la coda dell’occhio finché è possibile, fino a quando l’ultima corolla non è scomparsa dietro di noi, lasciandoci un’impronta di luce nella mente.

E te li porti appresso, per molto tempo, nella speranza di ritrovarli al più presto.

Quando ti accorgi che sei tu che devi avvicinarti agli altri

Può sembrare assurdo, ma si può trascorrere l’intera vita nella convinzione che l’attenzione degli altri ci sia dovuta. In realtà, superata quella fase dell’infanzia in cui l’amore di chi ci ha generato è totalmente svincolato da doveri e da attese nei nostri confronti (davvero solo i primissimi anni di vita), per tutto il resto del tempo l’affetto degli altri dovremo sempre conquistarcelo. Quando è che si comincia ad aspettarsi, anche da un bambino, che si meriti, con un comportamento corretto e disponibile, il rispetto e l’affetto di chi gli sta intorno? A cinque anni? A otto? A dieci? Da quel momento in poi, davvero nulla è più gratis.

Concetto semplice. Eppure non è assurdo pensare che in moltissimi spesso si ritrovino a credere di essere vittima di una congiuntura in cui chi ci circonda, per qualche motivo, non ha più intenzione di amarci, non ci dimostra dedizione.

A quanti è capitato di avere pensieri del genere: “Ma che sta succedendo? Pare che il mondo ce l’abbia con me.” Oppure: “Mi sento solo e nessuno se ne accorge. Ma come è possibile! Da un po’ di tempo a questa parte sembra che non ci sia niente di bello, nessuno che mi sorride, nessuno mi dà una pacca sulla spalla.”

Il problema è: cosa sto facendo io per superare quella barriera che si abbassa giorno dopo giorno tra me e il resto del mondo? Sono disponibile verso chi mi sta intorno? Da quanto tempo non do una pacca sulla spalla di qualcuno?

Occorrerebbe ricordarselo quando ci si ritrova di fronte in ascensore un condomino dall’aria cupa o quando la cassiera del supermercato sembra più nervosa e distratta del solito.

Le idee del mattino

Il mattino. Il momento in cui tutto è possibile.

I progetti sorgono schiettamente alla radice della coscienza, sgorgano da un punto indecifrato. Il mistero è perché diventino così restii nelle altre ore. Se si riuscisse a conservare la stessa propositività, la medesima, spontanea determinazione per tutta la giornata, l’esistenza sarebbe tutta in discesa.

Esiste uno scarto tra la sera – l’ora del ripiegamento – e la spontanea rinascita del risveglio.

Di mattina si può decidere di traslocare, di cambiare lavoro, di ricominciare in un luogo improbabile e tutto sembra naturale. Non fanno capolino le eccezioni in cui la quotidianità ci avviluppa, giorno dopo giorno. Obiezioni che neanche percepiamo, per cui non vi opponiamo resistenza.

Per questo occorre aggrapparsi a quelle idee, proteggerle dalla melassa delle formalità e delle convenzioni, stendere al sole il bucato dell’anima nell’aria frizzantina dell’alba.

Cielo di periferia

E va bene. Mi arrendo. Nel senso che mi arrendo alla tentazione. Sono mesi che penso a questo blog. Uno di quei progetti che si affacciano alla coscienza quando ti rendi conto che, un passo alla volta, un giorno dopo l’altro, stai scendendo la china più di quanto immaginavi. Si scivola nella malinconia e nella depressione come una mosca scivola in un barattolo di marmellata: non vuoi, sai che è pericoloso, che puoi rimanerci attaccato, che il languore può cronicizzarsi, diventare stile di vita, trasformarsi in inerzia, languore, disperazione.

Poi, se sei fortunato o, meglio ancora, cocciuto, ti guardi attorno e, improvvisamente, scatta qualcosa: raduni le energie, calcoli se ti bastano o meno e, nella migliore delle ipotesi, mischi le carte e cambi le regole del gioco. Questo è quello che mi auguro succeda a me e a chi segue questo blog: concentrarmi sulle ragioni, le mille ragioni, per cui vale la pena di andare avanti.

Ad alcuni riesce facile, istintivo. A me no. A molti altri no. Chi appartiene a questa seconda categoria deve concentrarsi, svolgere il compitino. L’idea non è nuova, com’è noto. Ma occorre perpetuarla. Perciò vi chiedo di essere comprensivi e di non farmelo notare oltre il necessario. Sui precedenti di questo blog parlo qui. Ma sarà anche un blog con elementi di originalità notevoli.

E voglio inaugurarlo in modo strano, inatteso anche a me stesso. Le cose per cui vale la pena di non staccare la spina sono tante, ma due giorni fa, mentre ancora esitavo, ho guardato il cielo, quello della mia periferia, sotto il quale sono cresciuto. Si presentava come nelle foto qui sotto. Mi è parso che non fosse quella massa morbosa e triste da cui sembrano ricoperte le banlieu di ogni città, compresa la mia. Quel firmamento, immaginato così, è soltanto una proiezione della terra che ci sta sotto. Ma quel cielo non è triste affatto, perché non sta lì per fare il simbolo di ciò che sta dentro di noi: semplicemente segue la sua strada, sta lì che si muove, energetico. E, solo pochi minuti più in là, quello stesso cielo, è da un’altra parte, né grigio né asfittico, nell’inquieta realizzazione di se stesso.

Perciò è con questa immagine che comincio. Sapendo che anche sotto questa luce impura, nella bigia periferia della mia infanzia, si può decidere di mettere punto e a capo, sparigliando il mazzo di carte.

Con caparbietà!